s200_marco-moroniMarco Moroni*

Nei giorni scorsi, come ogni anno quando esce il rapporto della Fondazione Migrantes, i giornali hanno dato la notizia che sono oltre centomila i giovani italiani che lasciano il nostro Paese per andare a lavorare all’estero. I dati non sono nuovi. Di nuovo c’è soltanto il numero: oltre 107mila, seimila in più rispetto all’anno precedente. Erano 80mila nel 2012 e 94mila nel 2013.

Come tutti i dati sulle migrazioni, sono dati da non prendere mai come assoluti, perché gli espatri vanno sempre confrontati con i rientri, e sono dati non sempre precisi perché tratti dai registri dell’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero). Poiché sappiamo che non tutti quelli che espatriano si iscrivono all’Aire: i giovani emigrati sono molti di più. In ogni caso, la tendenza è molto chiara: è evidente che il loro numero cresce anno dopo anno. Questa continua crescita, purtroppo, non stupisce. Così come non stupisce che siano oltre 2600 i giovani marchigiani che hanno lasciato la nostra regione.

Come negli anni precedenti dal Rapporto emergono alcuni aspetti importanti. In primis, si emigra di più dalle regioni del Centro-Nord: oltre 20mila dalla sola Lombardia e oltre 10mila dal Veneto, poi al terzo posto la Sicilia e solo al settimo la Campania, dopo Lazio, Piemonte ed Emilia Romagna. In secondo luogo, fra i nuovi emigranti prevalgono sempre più i giovani fra i 20 e i 40 anni (ribattezzati «giovani adulti». Infine, sta crescendo il numero dei laureati: ormai è laureato un nuovo emigrante su quattro.
È evidente che il nostro è un Paese che spreca i suoi talenti. E questo spreco ha un altissimo costo sociale ed economico. I giovani che se ne vanno portano con sé le competenze e l’investimento formativo che è stato fatto su di loro (dalla loro famiglia e dallo Stato). Ogni volta che un laureato o un diplomato lascia l’Italia se ne va anche l’investimento in sapere che la collettività ha fatto su di lui.

Sappiamo, poi, che l’Italia è all’ottavo posto fra i Paesi più ricchi al mondo. Ma allora perché abbiamo così tanti giovani disoccupati? Il 40% dei nostri giovani è senza lavoro: la nostra è una delle più alte percentuali in Europa.

In un’ottica mondiale, è evidente che siamo di fronte al fallimento di un modello di sviluppo che ha privilegiato l’economia finanziaria (e la speculazione finanziaria) rispetto al lavoro e all’economia reale. Ma per quello che riguarda l’Italia, siamo di fronte al fallimento di una classe dirigente (non solo politica, come spesso giustamente si dice, ma anche imprenditoriale) che non ha saputo progettare e governare lo sviluppo del nostro Paese. Certo, c’è stata la crisi e c’è il problema del debito pubblico, ma altri Paesi sono riusciti ad affrontare meglio la crisi e non hanno il nostro tasso di disoccupazione giovanile. Altri Paesi non hanno trascurato la formazione tecnica superiore, hanno investito in Ricerca e sviluppo, hanno puntato sull’innovazione e hanno dato spazio ai giovani, investendo su di loro.

I giovani sono in fuga da questo Paese perché l’Italia è un Paese che non offre opportunità, è un Paese che non offre speranza. Se vogliamo dare speranza ai giovani, serve una politica diversa, che punti sull’economia reale e privilegi il lavoro, ma serve anche, come chiediamo da anni, un Piano straordinario per l’occupazione giovanile. Per quello che riguarda tutti noi, serve uno sforzo collettivo, ma soprattutto serve un sussulto di moralità e di orgoglio, anche di orgoglio nazionale.

*Centro Studi Acli Marche

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