A conclusione dell’evento “LoppianoLab 2016” (leggi qui l’articolo) laboratorio nazionale di economia, cultura, comunicazione e formazione, il filosofo Jesùs Morán, copresidente del Movimento dei Focolari, riprendendo quanto affermato durante l’incontro per la pace di Assisi dal sociologo Zygmunt Bauman, ha approfondito il tema assai cruciale sull’affermazione del noi, ovvero su come gestire il noi – sostanziato da persone di differenti culture e stili di vita – in questa nostra società complessa e liquida nell’attuale «tornante della storia». A tal proposito, Bauman ha infatti osservato che le vicende dell’umanità si possono considerare come storia del concetto del “noi”.

Le vicende dell’umanità sono la storia del concetto del “noi”

Il gruppo del “noi” – secondo il noto sociologo polacco – che all’inizio includeva pochi individui, è andato sempre più crescendo, fino ad arrivare a contenere con l’attuale globalizzazione tutti o quasi tutti. Ma, ad avviso del filosofo Morán, proprio per effetto della globalizzazione, l’evoluzione del “noi”, pur incrementatasi nel tempo e mostrandosi positiva per la crescita di interdipendenze e connessioni, sembra attuarsi solo sul piano della coesistenza, a livello societario e convenzionale. E questo livello non basta – ha aggiunto il filosofo spagnolo – perché fattualmente si evidenzia «sfasciato, rotto, ferito», in quanto «impersonale» ed indeterminato e quindi esposto a facili manipolazioni. Da qui, dunque, emerge l’esigenza per l’intera umanità di compiere un salto di qualità vera. È necessario «personalizzare» il “noi” recuperando la dimensione relazionale, senza perdere l’identità personale anzi valorizzandola. Ma ciò dovrebbe verificarsi anche a livello di popoli e culture, al riparo da ogni rischiosa omologazione.

Personalizzare il “noi” consente di recuperare una dimensione relazionale senza perdere la propria identità

Risulta perciò necessario realizzare un «noi poliedrico e non sferico», per dirla con papa Francesco, poiché il modello del poliedro che comprende il tutto – al contrario della sfera «che non è superiore alle parti», dove tutti i punti sono equidistanti dal centro senza alcuna differenza tra loro – «riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità» (Evangelii gaudium, 236). Ciò significa che il noi «personalizzato» non esclude ad esempio il “loro” – come nella metafora di Bauman – cioè non scarta l’altro: gli altri, i poveri, gli esclusi, la loro cultura, le loro potenzialità, e anzi «cerca di accogliere come nel poliedro il meglio di ciascuno» (ibid.). Perciò non serve tanto ampliare la concezione del noi sul piano prettamente quantitativo, bensì è fondamentale generare «spazi di personalizzazione del “noi” e farli dilagare ovunque nel mondo», come ad esempio avviene nella cittadella internazionale di Loppiano (www.loppiano.it) dove, pur nei suoi limiti, si vivono concreti rapporti di fraternità includente e reciprocità tra persone in relazione, provenienti da svariati Paesi del mondo.

Gli «spazi di personalizzazione» del “noi” devono dilagare nel mondo

«Il futuro dell’umanità – ha affermato Morán – si gioca su questo. È un processo molto positivo e cruciale», ma «se non si compie questo passo avanti il noi si autodistrugge». Il copresidente dei Focolari ha infine aggiunto che l’umanità oggi ha tre grosse sfide davanti: la prima è quella della cosiddetta «post globalizzazione» che egli definisce «transglobale»; ciò vuol dire che occorre «vivere la globalizzazione in modo poliedrico», senza arroganze di potere, in una condizione di autentica comunione e avendo come obiettivo il cosiddetto «uomo-mondo» – modello fortemente supportato da Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari – da raggiungere mediante la «cultura del dialogo e dell’incontro». La seconda sfida, propriamente antropologica, è quella del «post umano»; questa richiede un nuovo umanesimo mediante un importante cambio di cultura «capace di pensare la differenza, diversa dal pensiero debole» che ne è incapace perché «porta all’omogeneizzazione». La terza sfida da affrontare – ha concluso Morán – è quella del «sub-umano», cioè di milioni di persone che «non vivono una vita umana all’interno di quel grande noi che è l’umanità». Questa grave sfida ci interroga, ci costringe a scuotere le coscienze e ad «elaborare una cultura della risurrezione, per assumere fino in fondo il volto dell’uomo che soffre».

Le tre sfide dell’umanità interrogano e scuotono le coscienze

Con papa Francesco domandiamoci: che spazio diamo nella nostra vita agli ultimi? Dobbiamo farci prossimo agli «abbandonati» di oggi e combattere la cultura del «sub-uomo». Occorre perciò vincere questa sfida per contribuire ad attuare la vera «unità nella diversità» del genere umano.

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