Tullia MaurielloTullia Mauriello*

Negli ultimi mesi, attraverso diversi canali di formazione e informazione, l’educazione è stata chiamata in causa a un sentimento, quello dell’empatia, che sembra “essersi perso” nel sentire e nell’agire umano. È recente la notizia che in Danimarca, nelle scuole di ogni ordine e grado, si prevede l’“ora di classe”, detta “Klassen Kid”, durante la quale i bambini imparano ad ascoltare e trattare i problemi che da soli, probabilmente, non riuscirebbero ad affrontare e gestire: esprimendo ognuno in libertà quello che sente, ascoltandosi e condividendo, gli alunni vengono stimolati anche all’aiuto reciproco e al sentimento di solidarietà, ciò a prevenzione di atteggiamenti e comportamenti violenti che, purtroppo, minano negativamente le relazioni.

In una trasmissione televisiva di pochi giorni fa, Carlo Freccero, esperto di comunicazione e membro del Consiglio di Amministrazione della Rai, ha sottolineato come uno dei problemi del nostro mondo sia proprio la mancanza di empatia. È scientificamente provato che la capacità empatica è innata nell’essere umano e lo provano gli studi sui neuroni specchio. Come affermano gli esperti di neuroscienze: «I neuroni specchio furono scoperti nel contesto della sperimentazione con gli animali e dopo la scoperta di questi neuroni nelle scimmie, ad opera dell’equipe del dott. Rizzolatti. Si tratta di un’abilità molto adattiva e che ci aiuta a relazionarci con il prossimo e ad evitare problemi. I neuroni specchio hanno anche a che vedere con l’interpretazione che diamo alle azioni: non solo possono aiutarci a interiorizzare e ripetere un’azione che abbiamo appena visto, ma grazie ad essi possiamo anche capirla e darle un senso, capire perché gli altri agiscono in un determinato modo e se hanno bisogno del nostro aiuto».

La capacità empatica deriva dall’azione dei neuroni specchio verso le relazioni con il prossimo

Tenendo conto che le emozioni altrui possono essere molto contagiose e influire su di noi, lo stesso effetto può averlo essere esposti alle azioni che compiono gli altri, soprattutto in tenera età e nel periodo di crescita. È in questo senso che l’educazione familiare, scolastica o in qualsiasi altro ambito di formazione, può favorire e stimolare l’empatia, attraverso l’esposizione a modelli di comportamento e la messa in atto di pratiche educative positivi. E un ruolo molto importante, in un’epoca tecnologica come quella attuale, lo rivestono anche tutti i canali di diffusione della comunicazione, a cui esponiamo i minori. Uno studio scientifico rivela come l’esposizione alla violenza nei bambini tramite la televisione, per esempio, può aumentare il tasso di violenza nel loro comportamento, perché tenderanno a imitare quello che vedono. Alla tv si possono aggiungere anche i videogame, i video e tutto ciò che circola nel web e a cui chiunque può accedere, soprattutto in mancanza della supervisione e della guida di un adulto informato e consapevole.

Un ruolo importante è svolto dai canali di comunicazione a cui vengono esposti i minori

Logicamente la soluzione non risiede nel vietare o evitare l’uso di strumenti tecnologici ma nella selezione, soprattutto quando si tratta di minori, di quei contenuti mediatici e tecnologici che possono aggiungere una ricchezza in più alla loro crescita e formazione, anche in termini di sviluppo dell’empatia. Anche nel mondo dei media è possibile rintracciare, infatti, materiale educativo in questa direzione, tra cui si può citare il corto animato proprio sull’empatia prodotto da Brenè Brown, “Il circo della farfalla”, diretto da Joshua Weigel; o il film d’animazione della Pixar, “Inside out”.

Non vietare ma selezionare quei contenuti che possano aggiungere una ricchezza in più in termini di empatia

Interessante appare, inoltre, l’iniziativa voluta dal filosofo e scrittore Roman Krznaric che ha aperto a Londra il Museo dell’Empatia, il quale accoglie al suo interno anche una libreria digitale che raccoglie film, documentari, romanzi e saggi che aiutano a mettersi nei panni degli altri. Nella top ten, i cult movie “Quasi amici”“Lo scafandro e la farfalla” e il discorso ai neolaureati di Saunders. Perché per riprendere proprio le parole di Krznaric: «I social network e la cultura del consumismo ci insegnano a focalizzarci sull’io, io, io. È ora di pensare un po’ meno all’io e un po’ di più al noi», ricordandoci che sopra la tecnologia c’è sempre e comunque la Persona.

*Pedagogista clinico Anpec e Sinpe, Aiart Macerata

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