E’ una piccola casa in argilla e tetto di paglia quella che ci accoglie. Ci si arriva attraversando un sentiero tra le case, anch’esse fatte di poco, e le voci di chi continua a chiamarti «baturè», perché sei bianca, vieni da lontano e soprattutto per questa terra sei un’ospite sempre gradita. Eveline ha lo sguardo basso, i capelli neri fitti fitti e due gambe esilissime ripiegate su se stesse, quasi accartocciate. Ricordo appena i suoi vestiti perché lei, appena sente il suo nome pronunciato ad alta voce, solleva il capo e i suoi occhi scuri scuri, che si perdono nella penombra della casa, sembrano non attendere altro che i tuoi. Eveline è lì seduta per terra, chiusa nel suo mondo impenetrabile, credo per tutti, ma sono certa che le formiche che camminano, in fila indiana intorno alle sue gambe, ogni giorno ascoltano il canto della sua anima. E’ seduta per terra da sempre, chiusa nel suo mondo che non parla ma sa ascoltare: il fruscio del vento, il volo degli uccelli, il canto del gallo e la voce che chiama il suo nome. Eveline.

2016-09-26-11-37-41Alza la testa e mentre la saluto con tutto l’entusiasmo che ho prendendole la mano, il suo sorriso che si perde nel tempo incontra le mie lacrime. Le trattengo a stento pensando alla sua vita, di bambina di 10 anni, da sempre senza parola e senza passi. All’esterno della casa la vita continua a brulicare di animali e di persone, ognuna però presa dal cammino ugualmente duro della propria vita. Baturè, la donna bianca che sono io, non riesce a lasciarle la mano. Ma soprattutto non riesce a staccare gli occhi da quel suo sorriso che è una porta spalancata nel suo mondo tornato in superficie. Inizia a muoversi con gesti convulsi e incontrollati. Se potesse comincerebbe a camminare, mi immagino, per precedere il tuo passo nella strada del suo cuore. Le tengo ancora la mano mentre Virgilio intona il Padre Nostro. Lei mi stringe e sorride. La preghiera di un Padre rende ancora più forte quella stretta di mano. Poi il tempo ci chiama altrove. E così la mia mano scivola timidamente via mentre i suoi occhi mi rubano un’inaspettata promessa.

Tornerò. Non so quando, ne come, ma tornerò. Ci allontaniamo sulla strada rossa che ci riporta al centro Miwadagbe di Theodule. Lui ha quarantanni, è nato in Benin, un percorso tra i frati minori, un viso solare e la battuta in bocca. Da qualche anno è sposato con una donna, giovane, ironica, piena di energia e vita. Ha tre bambini da mantenere e davvero un progetto grande nel cuore: aiutare i bambini con problemi psicomotori. L’articolo 8 della Costituzione del Benin del 1990 si esprime a difesa dei diritti dei minori: «Tout enfant handicapè ou non a droit à une éducation adaptèe». Tra il dire e il fare, c’è l’Africa e la sua povertà che a volte ha il viso scuro della miseria. Il viso ripiegato a terra di Eveline. A Cottonou, grande città mercato del Benin, Theodule è riuscito ad allestire un piccolo spazio per la riabilitazione e la socializzazione dei ragazzi in difficoltà. Mentre apre le porte per presentarmi l’interno con le diverse sale, colorate e in allestimento per la prossima apertura, di un’essenzialità che interroga, nella sua voce sento tutto il coraggio di questa impresa e nei suoi occhi leggo una grande speranza.

2016-09-26-10-25-28Intorno però ancora tanto da realizzare. Fare tutto quello che sogna non è facile. «Senza soldi, non è facile», mi ripete. Ma è un ritornello che sa di consapevolezza senza alcuna rassegnazione. E allora, si fa quel che si può. Ma è già davvero tantissimo in questa realtà. Il centro è riuscito a realizzarlo mettendo a disposizione i suoi soldi, che guadagna come formatore in una scuola specializzata per la psicopedagogia, e aiuti che ottiene girando qua e là. Un desiderio grande lo anima: che tutti i bambini con difficoltà possano andare a scuola. Non sempre infatti questo è possibile. Spesso, anzi troppo spesso, in Africa non è così. Eveline, ad esempio, parla solo con le sue amiche formiche. La mamma esce di casa presto per andare a vendere. Se si vuole mangiare bisogna pur lavorare. Lei vive nella comunità di Dangbo, nel quartiere Ke di Port Nouvo, la capitale del Benin.

Qui il lavoro è ancora più difficile. Ma Theodule ha una bella testa, un animo generoso e due giovani collaboratori volontari. Un amico gli ha regalato una casa circondata di verde. E’ li che sta nascendo il secondo centro. Qui l’obiettivo davvero straordinario è costruire una rete di solidarietà nei diversi villaggi, dove tanti sono i bambini senza diritti. Una rete non scontata, ma essenziale in questa terra, dove le relazioni sono il senso di tutto, ma dove spesso l’ignoranza mista a paura fa vivere la disabilità come una colpa da tenere ben a distanza. Theodule parla con passione, sa che il suo è un impegno grande, ne conosce già tutte le fatiche, ma sa anche nella sua vita di fede profonda che chi crede non si arrende mai. Eveline, forse un giorno comincerà a muoversi, passi stentati, gesti imprecisi, incedere lento. Oggi il suo sorriso non mi lascia in pace. Il suo sorriso e la sua forza senza parole sono già arrivati lontano. Tornerò ad incontrare quel sorriso, a stringere quella mano, ad ascoltare con lei il fruscio del vento, il canto del gallo, il volo degli uccelli. So che ho molto da imparare da quel silenzio immobile, che ha già cominciato a farmi camminare.

 

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