di Giovanni Frausini

Si potrebbe essere tentati di pensare di aver scoperto l’acqua calda, ma i partecipanti al Seminario Specialistico per docenti di teologia sacramentario, che si è svolto a Fabriano nel monastero benedettino di San Luca i primi giorni di settembre, non la pensano così. Organizzato dall’Istituto Teologico Marchigiano questi due giorni di studio hanno messo a confronto diverse importanti competenze in ambito teologico. Il tema: «Chiamati da chi? Chiamati a che cosa? Teologia della vocazione al ministero ordinato». Don Tullio Citrini e padre Cesare Giraudo, da due punti di vista diversi (storico e liturgico), hanno aperto le danze. Don Dario Vitali, docente di ecclesiologia, ha tirato le conclusioni. In mezzo, i tanti interventi dei docenti di sacramentaria ma anche di due vescovi, un’abbadessa emerita ed alcuni studenti.

Cosa abbiamo concluso? Certo, è prematuro parlare di una vera e propria conclusione, ma alla fine ci siamo resi conto che se vogliamo ministri ordinati che non seguono un proprio progetto ma che facciano della Chiesa, delle sue esigenze, del suo popolo, la ragione ed il metodo del proprio agire, abbiamo bisogno di uomini maturi sia umanamente, sia nella loro fede, sia nella loro appartenenza ecclesiale. Se continuiamo a porre la questione in termini di: «Ti piace diventare prete?», chi si farà avanti avrà, molto probabilmente, già un proprio progetto di ministero.

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La stessa cosa vale per i diaconi, ed anche per i vescovi. Anche loro possono rischiare, come i preti, di sentire il loro nuovo ministero (i vescovi sono, potremmo dire scherzosamente, ex-preti) come una possibilità di realizzare “in grande” quello che hanno pensato e sognato, personalmente, della Chiesa, senza un confronto vero con il loro presbiterio e la Chiesa di cui sono diventati vescovi. Tutti i ministri, infatti, rischiano di voler esercitare un potere-carisma e non essere al servizio. Il passaggio che la teologia ha fatto nel descrivere il ministero da potestas (potere) a munus, cioè servizio, non si traduce sempre in realtà pastorale.

Quale prospettiva si è aperta? Innanzi tutto occorre sottolineare con chiarezza che il ministero nasce da una chiamata di Dio per mezzo della Chiesa. La cosiddetta chiamata interiore è solo una faccia (neppure la più importante) della vocazione al ministero. Le cose vanno diversamente per le altre chiamate (matrimonio, vita religiosa, celibato ecc.) che nascono in modo privato (tra te e Dio) e vengono riconosciute ed accolte dalla Chiesa.

La Chiesa chiama al ministero perché ha bisogno oggi di cristiani che, per le loro capacità (doni-carismi) spirituali ma anche relazionali, possono condurre le comunità a Cristo e ai fratelli (nuova evangelizzazione). Con l’ordinazione ricevono lo Spirito per compiere il servizio dell’edificazione ecclesiale. I vescovi-preti-diaconi di cui abbiamo bisogno oggi non sono identici a quelli di cui avevano bisogno le comunità del passato. Uno sacro ministro non è adatto a tutti templi e a tutti i luoghi ma ogni Chiesa, di ogni tempo, ha bisogno di individuare al proprio interno quei fratelli che il Signore ha riempito dei doni necessari al ministero. Ma la Chiesa non è il vescovo. Solo partendo da un vero discernimento comunitario potremo avere dei ministri idonei per la Chiesa di oggi. Da qui una conclusione pastorale: favorire la pastorale famigliare e giovanile per poter avere cristiani maturi tra i quali poter riconoscere chi il Signore chiama al ministero. Ecco l’acqua calda che abbiamo riscoperto! Ma attenzione a non fare l’errore di Naaman (2Re,5): il profeta Eliseo lo manda, perché lebbroso, a lavarsi nel Giordano ma lui considera questa strada troppo semplice. Vorrebbe andarsene senza lavarsi. Poi, convinto da una serva, si immerge nel fiume e viene guarito.

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Nel Regno di Dio l’essenziale è la fede: trasmetterla è la via maestra di ogni vocazione, compresa quella al ministero.

Chi fosse interessato a ricevere gli Atti di questo seminario li può richiedere alla segreteria dell’Istituto Teologico Marchigiano, mail segreteria@teologiamarche.it

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