«Il suo libro è molto bello e io lo amo: da tempo non leggevo un manoscritto che mi suscitasse dei sentimenti così forti e profondi». Nei carteggi tra Natalia Ginzburg (1916-1991) e Dolores Prato (1892-1983) emerge, al contempo, la passione d’entrambe per la scrittura ma anche le difficoltà sorte tra due donne intente a difendere la propria sensibilità e il proprio lavoro. La prima di instancabile “selezionatrice” tra più di 700 pagine, l’altra di autrice indefessa, seppur anomala “esordiente”, nella lunga genesi che portò alla pubblicazione nel 1980 di “Giù la piazza non c’è nessuno”.

Natalia Ginzburg
Un primo piano di Natalia Ginzburg

A 25 anni dalla sua morte (e a 100 dalla sua nascita: a Palermo, il 14 luglio scorso, è stata posta una lapide sulla sua casa natale, in via della Libertà n. 101), il mondo culturale si appresta a ricordare la Ginzburg fra pochi giorni, venerdì 7 ottobre. Figura di primissimo piano della letteratura italiana del Novecento, figlia dello scienziato d’origine ebraica Giuseppe Levi e della cattolica Lidia Tanzi (firmava i suoi lavori col cognome del marito, Leone Ginzburg, torturato e ucciso nel febbraio del 1944 nel carcere romano di Regina Coeli), parlamentare del Partito Comunista eppure difenditrice del crocifisso nelle aule scolastiche (leggi qui l’articolo di mons. Gianfranco Ravasi su Avvenire) Natalia visse l’infanzia e l’adolescenza a Torino, pagando con un’iniziale emarginazione l’opposizione della famiglia (sfociata nell’arresto del padre e dei tre fratelli) al regime fascista. A tale periodo è dedicato uno dei suoi romanzi più conosciuti, “Lessico familiare”, vincitore del Premio Strega nel 1963.

Una giovane Dolores Prato (dal sito www.disfidadelbracciale.it)
Una giovane Dolores Prato (dal sito www.disfidadelbracciale.it)

p_dolorespratoLe strade della Ginzburg si incrociarono con la storia di Treia in occasione della stesura definitiva del romanzo della Prato, del quale si occupò per la collana “I Coralli” della casa editrice Einaudi. Il libro è un vero e proprio atto d’amore verso la città della palla al bracciale, una “compagna d’infanzia” mai più incontrata ma “vivissima nella memoria” (come risulta dal saggio di Stefania Severi “Dolores Prato. Voce fuori coro”, nel capitolo “La vera storia Einaudi”). Dalle lettere e dai saggi pubblicati sull’autrice di “Giù la piazza”, risulta a dir poco “travagliato” il percorso che ha poi portato alla pubblicazione, con tagli mal digeriti dalla Prato e difesi dalla Ginzburg, conscia del valore dell’opera e forse consapevole che, senza, nessuna copia sarebbe poi giunta nelle mani dei lettori.

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Treia: la casa dove Dolores Prato passò la sua giovinezza

kgrhqzme5shjkobqlknbugmq60_35Potremmo immaginare Natalia e Dolores intente, ancora oggi, a dibattare le loro molteplici e alte ragioni intellettuali sul libro. Caratteri importanti per nomi simbolicamente caratterizzanti («Cara Natalia – scriveva la Prato – mi permetto di chiamarla così perché il suo nome mi è sempre piaciuto tanto. È un nome da cui fiorisce e zampilla la vita», «Mi chiami sempre “Natalia” che mi fa tanto piacere», le rispondeva la Ginzburg), due forti personalità che si confrontarono anche sul titolo dell’opera (alla fine la spuntò la “treiese” sulla proposta “Fiume disperso”), tanto da far trapelare sulla stampa rivoli d’un rapporto lavorativo non proprio “ortodosso”. Tuttavia, in una delle sue lettere al giornalista e saggista Enzo Golino, è la Prato a chiudere, a suo modo, la questione: «Alla Ginzburg sono stata, lo sono e continuerò a esserlo, gratissima. Lei riduceva più intelligibile il mio modo di scrivere, ma io preferivo tenermi i miei difetti. Avevamo ragione tutte e due».

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