Il nord del Togo é un’altra Africa, è l’Africa prima di tutto del popolo Moba, una tribù ricca di antiche e straordinarie tradizioni. «Fun na Kon K na Kopapaal», recita un detto tribale e quando ne assapori la traduzione scopri la sapienza semplice ma forte di questo popolo : «Tu, Dio, hai creato tutto, la guerra e chi mette l’accordo».

Mi lascio quidare da questa parola per calpestare questa nuova terra che mi attende e che mescola tante religioni, tante visioni del mondo e della vita, ma riconosce che un solo Dio è l’autore di tutto. Salendo da Karà verso Mangò ci precede una pioggia abbondante e benedetta che bagna ogni foglia e mentre il cielo si trasforma in un immenso oceano di gocce fitte e prepotenti, la strada si fa più impervia mentre il paesaggio dai contorni sfumati per la pioggia si rivela di un verde lussureggiante.

Intorno è un incanto. Lo sguardo, rapito dallo scenario che man mano si apre, si ferma a gustare con stupore ogni piccolo centimetro di terra che mi immerge in questa nuova Africa. A Mangò, e successivamente a Dapaong, ad accoglierci sono le comunità francescane de frati minori, che dall’inizio dei tempi animano di Dio e di servizio semplice ma instancabile questa terra, più povera di risorse ma più ricca di sapore e profondità.

Come sempre, vivo tutto con cuore di sorpresa, a volte ovattato di incomprensione ma sempre aperto ad ogni piccolo respiro della vita. Restiamo nel nord fino al 20, dieci giorni pieni di scoperta, di silenzio, di preghiera e di meraviglia. E mentre padre Virgilio è impegnato tra celebrazioni di voti temporanei e perpetui, incontri con le diverse fraternità per confermare tutti i nuovi incarichi dopo il suo arrivo come nuovo provinciale, io mi lascio prendere e stordire da questa altra terra, ricca di verde, di spazi infiniti, di acqua, di zanzare moleste e di vite povere a volte quasi abbandonate.

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Gli orizzonti verdi di Dapaong

Nella città musulmana di Mangò, lungo la strada che dalla parrocchia conduce alla comunità che mi accoglie – «Le piccole sorelle della carità» – incontro tutti i giorni due occhi luminosi. Anche di notte mi vengono incontro insieme ad una mano che si solleva in un saluto. Sono gli occhi di Innocent, è un barbone che vedo sempre seduto per terra con qualche cianfrusaglia accanto e sopra i capelli rasta, non proprio alla moda, una specie di copricapo di fil di ferro e panno. Io gli sorrido ma la sua vista mi fa tremare dentro.

Ogni tanto mi chiede da mangiare con un gesto inequivocabile, le mani portate alla bocca che si socchiude leggermente. Io lo guardo e come sempre non so cosa fare. Tutti chiedono, lui come i bambini della parrocchia. Ho ancora nella testa la voce di Clarissa che con Rose e Gloria danzano felici e cantano al suono del tam tam nel piccolo spazio verde che separa la Chiesa dalla casa dei frati. Clarissa è la più sveglia di tutte e appena mi vede si presenta dicendo il suo nome e poi subito con tono deciso mi dice : «I biscotti ce li hai ?. I bianchi danno sempre i biscotti ai bambini perchè vogliono bene ai bambini». Che dire, resto impietrita, non ho i biscotti e non ho con me neanche una moneta. Rimango lì senza dire nulla. Lei riempie il vuoto delle mie parole e del mio disappunto con un «allora ce li porti domani».

Domani. C’è sempre un domani per chi spera e si fida. Sento che non voglio tradire quell’attesa ma neanche essere la bianca che arriva e apre il portafoglio. Ma non so mai cosa fare, cosa sia giusto fare. Missione incompiuta! Questo è quello che si scrive ogni giorno di più nel mio cuore, che ascolta richieste, sente la povertà, la riconosce negli occhi e nelle mani vuote che si aprono non solo in un saluto. Il cuore vorrebbe restituire ma…missione incompiuta, ogni gesto si ferma di fronte al mistero dell’altro. Non sono i soldi che danno voce a quello che il cuore desidera. Eppure sono un sentiero, forse troppo facile da percorrere per capire davvero. E allora mi fermo sulla soglia di quel sentiero tra pensieri confusi e storie che in un carosello colorato si mescolano dentro.

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L’albero che si trova nella fraternità a Boumbouaka, usato dallo chef del villaggio per le sue cerimonie

Sui bordi dello stesso sentiero arriva anche Alphonce, lui lo incontro a Dapaong. È  il presidente di un’associazione che si occupa di persone con difficoltà motoria. Arriva con il suo mezzo, un triciclo con pedali al posto del manubrio. È l’unico modo che possiede per spostarsi. Lui, almeno lui, un mezzo ce l’ha. Ma si preoccupa dei tanti disabili, sono più di 280, che su quello stesso sentiero sono fermi con me perchè per loro, però, ancora un modo sicuro per muoversi non c’è. Lo ascolto col cuore commosso. Sta cercando fondi per comprare delle carrozzine e per realizzare una sorta di laboratorio per la formazione dei tanti disabili. Per offrire loro la possibilità di un lavoro, per restituire ad ognuno la giusta dignità. Ma non è facile. La sua richiesta di aiuto è seria, lui ha grandi idee, ma i suoi passi sono quelli di un triclico. Missione incompiuta! Una sedia a rotelle costa tra i 150 e i 180 euro. Per il laboratorio hanno per ora solo una promessa di un terreno. Non è facile, ripete, e con quella sua voce decisa e piena di dignità conclude, guardandomi negli occhi: «Ma Dio è più grande di tutti noi».

Virgilio gli dà fiducia e lo saluta chiedendogli di inviargli il progetto che ha in mente. Io come sempre sorrido, un sorriso che a me sembra vuoto di speranza ma è l’unica risorsa che ho in questo mondo che mi lascia ai bordi del sentiero tramortita. Guardo Virgilio, i miei occhi pieni di domande si sciolgono in una sola espressione: «Come si fa a fare tutto?». Lui sorride bonariamente e mi dice: «Ho imparato che prima di tutto quello che è di fronte a te è la tua missione». Missione incompiuta.

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L’acqua in Africa è vita

Innocent è sempre lì, seduto sulla strada. Lo intravedo sotto un albero all’ombra mentre mi avvicino. Lui mi sorride come sempre e alza la sua mano. Non so perchè, non so cosa sia scattato, ma questa volta i passi rallentano e sul bordo di quel sentiero mi fermo con lui. Iniziamo a parlare, mi racconta la sua vita di solitudine e abbandono. Ha due gambe piccolissime e ferite. Non può camminare. Soffre di epilessia, per questo ha quello strano copricapo sulla testa. Mi spiega il significato del suo nome originale. Non saprei proprio ripeterlo. Ma ora so che è l’ultimo figlio di una numerosissima famiglia. Cita il Qoelet e la Bibbia. Le sue parole escono abbandondanti dalla bocca. Non sono tutti suoni chiari per me. Ma sono lì, ferma, ad ascoltare. Missione incompiuta? Dignità. Una parola sacra. Un piccolo pezzetto del mistero della missione si illumina. Prima di ogni gesto, di ogni auto, c’è un tempo da spendere. C’è una domanda che ti interpella nel più profondo e ti chiede semplicemente di restare accanto a quel pezzetto di umanità che ti è donato e a cui sei donato.

È il tempo di fermarsi, il tempo di ascoltare perchè il mistero che è di fronte a te abbia la possibilità di svelarsi con le sue parole. Su quel sentiero passano persone, ogni tanto qualcuno si ferma a salutare Innocence. E’ ben noto nel quartiere, qualcuno scherzando gli dice se ha trovato una donna. Lui sorride divertito con il sorriso dolce che si perde nel giallo dei suoi denti vissuti. Quando lo saluto mi ringrazia. La missione sento che inizia a compiersi così. In quel grazie trovo una piccola risposta e scopro che così si può cominciare. La missione è stare, restare ed è prima di tutto contrastare, quel subdolo pensiero che si insinua nella relazione e ti fa sentire potente d’impotenza. E’ il pensiero di chi tiene l’altro a distanza, e se ne libera velocemente perchè la sua presenza, che chiede, disturba l’anima.

Missione allora è convivere con quel disturbo, con quel pungolo costante che ti fa sempre fare i conti con la tua impotenza. Missione è non dimenticare mai chi incontri, e prima di tutto è accogliere chi chiede, come l’ospite più gradito di quella casa spaziosa che è il tuo cuore. Missione compiuta? Non lo so, ma al suo grazie si unisce quello di Gloria che nel sentiero che ci porta verso la sua scuola mi prende la mano e mi sorride. Ho deciso di comprare i biscotti con i soldi che avevo: 100 cefa sono bastati per tutti. Incredibile! Ma è vero che il sapore più buono non è stato quello del biscotto acquistato, ma della strada percorsa insieme per mantenere una promessa. Un altro grazie arriva a dilatare lo spazio della missione.

E’ nel viso commosso di Charles, uno dei responsabili della parrocchia. La sua gratitudine raggiunge il mio cuore con la forza dirompente del primo raggio di sole che illumina una notte di tempesta. Il giorno prima avevo collaborato all’allestimento della Chiesa per la celebrazione dei voti perpetui di quattro frati. Davvero, mi ero sentita profondamente inutile. E a fatica mi ero coinvolta nell’impresa fatta di grandi idee e pochissimi mezzi. Ogni tanto qualche pensiero di presunzione era balenato nella testa, insieme all’assenza di un senso per me. Ma nella lotta interiore avevo deciso di restare e così semplicemente servire. E il giorno dopo Charles arriva a dirmi quel grazie che subito non riesco a capire. Poi lui mi spiega con voce commossa che la mia presenza per lui era stata importante perchè vedendo che io ero lì, una donna venuta da lontano, ad impegnarmi per la sua Chiesa, gli aveva restituito coraggio e desiderio di fare di più. Incredibile! Missione compiuta? Non lo so. Ma se la missione si nutre di gratitudine, io ci sto. Solo così si aprono scenari di cielo e sentieri impossibili si rendono strade che si lasciano percorrere con un battito leggero di ali: «Non camminare mai se puoi danzare».

Dieci novizi, il futuro della vocazione francescana
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