«Il medium è il messaggio» affermava uno dei più grandi teorici della comunicazione, il sociologo Marshall McLuhan. La sua frase è ormai diventata quasi un detto popolare, ma secondo lo scrittore americano Nicholas Carr, McLuhan non stava solo riconoscendo e celebrando il potere della nuova tecnologia, ma stava anche lanciando un monito circa la minaccia che questo potere rappresenta.

Tv ed Internet e i loro effetti sul comportamento umano, sono tematiche ancora oggi protagoniste nel dibattito sociologico tra i tecno-entusiasti e i tecno-pessimisti. Lo stesso McLuhan sottolineava però un aspetto che riporta in molti suoi saggi e cioè che «la tecnologia elettrica […] è nelle nostre case e noi troppo spesso assistiamo passivi, sordi, ciechi e muti a questo incontro».

È di dovere sottolineare che i prodotti della scienza non sono buoni ne cattivi, in quanto è il modo in cui vengono usati che determinano il loro valore,ma in qualche modo influenzano le nostre relazioni, i nostri pensieri, le nostre emozioni e la scienza sembra confermare questi mutamenti psico-fisici. Nel suo libro “Internet ci rende stupidi” Carr infatti, sottolinea come la nostra mente sia completamente cambiata negli ultimi anni e la prova schiacciante, secondo lui, sta proprio nel modo in cui pensiamo e leggiamo, nel rapporto con i libri.

Non pensiamo più come prima, si fa difficoltà ad immergersi in un racconto scritto, a concentrarsi per qualche ora per comprendere meglio il suo contenuto; un’immersione nei testi che oggi “è diventata una lotta”, scrive Carr. Si dà un’occhiata veloce al testo, si ha poca pazienza nel soffermarsi sul significato di alcune parole, si evitano lunghi ragionamenti ricchi di sfumature perché quasi innervosiscono, insomma stiamo assistendo ad un deterioramento della capacità (in particolare di molti bambini) di lettura e concentrazione?

Per lo scrittore americano, si, e la causa sembra essere proprio il Web che ci ha tolto la capacità di pensare, attivando un processo di riprogrammazione della nostra attività cerebrale che coincide con quelle pratiche quotidiane che riguardano ormai tutti noi e non solo i cosiddetti nativi digitali (i cui tempi di attenzioni sono sempre più brevi).

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Ricerca di più contenuti nello stesso momento, “zapping” da un sito all’altro, dialogo esclusivamente all’interno dei social network, click continui su simboli che segnalano il nostro apprezzamento o disgusto verso qualcosa o qualcuno, sostituendo emozioni e la capacità di esprimere in forma scritta e orale il nostro pensiero (vedi i like) sono solo alcuni esempi. Marc Prensky, esperto nel campo dell’educazione, sostiene la tesi di Carr e ha aggiunto che la tecnologia «plasma ciò che vediamo e come lo vediamo, alterando reazioni sensoriali o le forme di percezione». Il vero rischio è (come predetto anche da McLuhan) che si perda «il vecchio pensiero di processo lineare», dice Prensky, cosi la nostra mente calma e concentrata rischia sostanzialmente di essere sostituita da un altro cervello: la Rete

Ciò che si verifica è un’ adattamento cognitivo e comportamentale ad un nuovo contesto e alle sue caratteristiche; la neurobiologia conferma che leggere un testo online e uno cartaceo, ad esempio, è un processo completamente differente, in quanto richiede azioni fisiche e stimoli sensoriali diversi. Ogni lettura è infatti multisensoriale ed è data dall’esperienza della materialità senso – motoria di un testo scritto e l’elaborazione cognitiva del contesto testuale. In altri termini, il passaggio dalla carta ad uno schermo influenza il modo in cui ci orientiamo e anche il grado di attenzione che dedichiamo ad esso: i vari link presenti in ogni testo in Rete, ci incoraggiano ad entrare ed uscire di continuo da più testi e questo perché ci attrae l’idea di vedere cosa nasconda quel collegamento ma ci distrae completamente dalla lettura e dal ragionamento.

Derrick de Kerckhove, riconosciuto come l’erede di McLuhan, espone la sua tesi al riguardo in un saggio intitolato “La pelle della cultura”. Il sociologo riconosce questi cambiamenti ma dimostra come già la televisione aveva in qualche modo minacciato la nostra autonomia di pensiero e ragionamento critico, acquisite attraverso la lettura e la scrittura, perché ha la capacità di “massaggiare” la nostra mente, di accarezzarci, rendendoci inermi. Nel leggere un testo cartaceo, siamo noi che osserviamo i libri e abbiamo cosi la situazione sotto controllo, ma quando guardiamo la tv, è lo schermo che legge noi.

Il contatto oculare fra uomo-macchina comporta, per de Kerckhove, un abbassamento delle nostre difese e questo ci rende «sensibili ad una seduzione multisensoriale», per questo i bambini cresciuti davanti al televisore e non abituati ad una costante lettura dei libri, guardano le cose in maniera superficiale lanciando rapide occhiate qua e là tra una pagina e l’altra di un testo. Un impatto cognitivo importante dettato da rapide risposte neurofisiologiche: il bambino non allenato percorre il testo in modo ordinato creando e immagazzinando immagini, ma relazionandosi esclusivamente con lo schermo, si ritrova davanti a se frammenti di immagini veloci e differenti e ricostruisce cosi l’oggetto della visione, spesso senza produrre un senso (ma solo immagini appunto).

E.R. Slopek, studioso delle comunicazioni, parla di «crollo dell’intervallo» fra stimolo e risposta: Internet e tv eliminano l’effetto di distanziazione (intervallo stimolo risposta) e il tempo di rielaborazione dell’informazione nella nostra mente cosciente. Forse allora non è un caso, se molti insegnanti si lamentano delle troppe difficoltà che dimostrano oggi i ragazzi e la brevità dei loro tempi di attenzione.

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La tecnologia è uno strumento di cui non possiamo fare a meno ed è ancora lontana, per motivi soprattutto economici, dalla maggior parte delle scuole italiane; inoltre molti docenti non sono esperti nell’utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione per la didattica e restiamo cosi aggrappati ai vecchi metodi, che ovviamente non possono più funzionare per i molti cambiamenti sociali e antropologici prima illustrati.

mondo-virtualeCi si potrebbe  confrontare su una didattica e una metodologia che si ispiri ai “vecchi principi dell’insegnamento” ma che preveda l’utilizzo della Rete e perché no dei social network a scuola (magari in attività di ricerca sulla comunicazione e sui nuovi linguaggi digitali confrontandoli con i vecchi) per aiutare i ragazzi ad applicarsi di più, ad essere maggiormente stimolati ed educati ad un utilizzo più attivo e consapevole delle nuove tecnologie, andando incontro alle loro esigenze e ad una nuova realtà sociale che sarà sempre più interconnessa e virtuale.

Raggiungere una “saggezza digitale” è il nuovo obbiettivo. Ciò però non esclude la possibilità di aprire ancora un bel libro e allontanarci dallo schermo per qualche ora durante la giornata!

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