Solo una figura come la sua, autorevole e amabile al contempo, sarebbe stata in grado di tessere una riflessione in cui legare i nomi della Vergine e di Giacomo Leopardi con tale maestrìa. La stessa che, per anni, accompagnata dall’umanità a cui ci ha abituati, lo ha visto presenza di riferimento per il santuario di Loreto e l’intera comunità marchigiana.

Era un pubblico attento e sinceramente emozionato quello che, ieri sera, nel suggestivo cortile di palazzo Lucangeli, nel cuore di Porto Recanati, ha ascoltato “il” cardinale che, tra le numerose autorità civili e militari, «nella tipica aria e cordialità che caratterizza questa terra», non ha mancato di salutare anche i vecchi amici e le tante conoscenze costruite nel tempo del suo ministero episcopale come arcivescovo delegato pontificio per la Santa Casa.

Ogni ritorno, nella regione che lo ha visto anche presidente della Cem, è per Angelo Comastri, vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano, motivo di gioia autentica per lui e di apprendimento per quanti lo ammirano. Come quello del 15 settembre, in cui all’altissimo e amato prelato è stata assegnata l’edizione 2016 del Premio «La Ginestra», promosso dall’omonima Associazione culturale assieme al Comune di Porto Recanati e al Centro Studi Portorecanatesi.

(foto Fabrizio Carbonetti)
La serata che ha visto come prestigioso ospite della serata il cardinale Angelo Comastri si è svolta nel cortile di palazzo Lucangeli, a Porto Recanati (foto Fabrizio Carbonetti)

A rendere la serata ancora più accogliente c’ha pensato il clima benevolo, nonostante la fine dell’estate. L’evento, infatti, si sarebbe dovuto svolgere il 25 agosto scorso ma i tragici eventi sismici hanno costretto gli organizzatori a posticipare la data, favorendo comunque una bella partecipazione, anticipata dalla Santa Messa presieduta dal cardinale stesso – che riveste anche il ruolo di presidente della Fabbrica di San Pietro e arciprete della Basilica di San Pietro – nella chiesa di san Giovanni Battista, riaperta per l’occasione dopo la messa in sicurezza a causa delle lesioni generate dal terremoto: come prevedibile, anche nell’omelia Comastri è riuscito a catturare gli animi di tutti, citando l’esempio di una Santa del nostro tempo quale è Madre Teresa di Calcutta, da poco salita all’onore degli altari, e non mancando di rivolgere un pensiero di vicinanza alle popolazioni colpite dal disastro che ha messo in ginocchio molti paesi del Centro Italia, tra cui anche i comuni della nostra Diocesi.

Poi, dopocena, il momento del confronto e del dialogo, all’insegna dell’erudizione letteraria e della fede, non imposta ma proposta.

Padre Roberto Zorzolo, parroco di san Giovanni Battista (foto Fabrizio Carbonetti)
Padre Roberto Zorzolo, parroco di san Giovanni Battista
(foto Fabrizio Carbonetti)

Assente purtroppo il vescovo di Macerata Nazzareno Marconi, in quanto impegnato a Roma per motivi pastorali con la Conferenza episcopale italiana sulla delicata questione della ricostruzione che interessa anche le zone e le Unità pastorali di Treia e Tolentino: a farsi portavoce del suo saluto è stato padre Roberto Zorzolo.

Intervallati dalla voce recitante dell’attore Giuseppe Russo, che ha regalato agli spettatori i versi forse meno conosciuti del genio leopardiano, gli interventi di Donatella Donati, Carlo Trevisani e di Alessandro Meluzzi, presidente del Premio, hanno cercato di mettere in luce gli aspetti meno scontati del Giacomo che, in tanti, nella sua natìa Recanati «borgo selvaggio», hanno imparato a riscoprire con il tempo. Un tempo che, nonostante lo scorrere dei secoli, rende l’eredità umana e culturale del poeta sempre e comunque attuale, tra temi che spaziano e si intersecano in un fascino infinito: sentimenti maturi e affetti dell’età giovanile – «Se solo a scuola facessero leggere di più ai ragazzi le composizioni meno conosciute del Leopardi, come “Il pensiero dominante” in cui davvero si evince la sua idea di amore, ci sarebbe molta meno superficialità e fragilità che la Rete induce a moltiplicare…», ha chiosato a tal proposito la professoressa Donati – , dubbi esistenziali sulla logica del mondo e sulla natura che ci governa, rapporti con il potere dei dotti dell’epoca, frustrazione e speranza. Quindi, il legame con il Vaticano, motivato anche da vincoli familiari, e la sensibilità verso il divino che da sempre rappresenta un privilegiato campo di osservazione sulla produzione leopardiana.

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(foto Fabrizio Carbonetti)

A spiegare il sottile eppure “attestabile” fil rouge che conduce il laico Giacomo, interprete del concetto di solidarietà, alla sfera della spiritualità cattolica e, in particolare, al nome di Maria, è stato ovviamente il cardinal Comastri, con il consueto sguardo benevolo e l’eloquio forbito capace di spiegare l’essenza della teologia con parole semplicissime. Lui, da sempre legatissimo alla Madonna, soggetto “protagonista” in molti suoi testi. Lui, che dello studio di Leopardi fa menzione nell’autobiografia «Dio scrive dritto», scritta a quattro mani con il giornalista Saverio Gaeta, e che in una trasmissione televisiva citò un verso del «Canto notturno di un pastore errante dell’Asia», ispirando così al Centro Studi Portorecanatesi la proposta di questo riconoscimento.

Come coniugare la «condizione umana», intrisa di rassegnazione, con il messaggio cristiano? Possibile affiancare alle rime de «La ginestra» i brani della Bibbia? Certo, sostiene il cardinale, che incanta la platea citando a memoria i versi poetici, ricollegandoli al Libro di Qoelet o magari ai Salmi, soffermandosi sulla «piccolezza dell’uomo in confronto all’immensità dello spazio», dissertando poi delle pecche dell’orgoglio e della vanità, e sulla capacità, particolarmente ironica, del giovane nobile di Recanati di «andare controcorrente, contrapponendosi ai miti del suo Ottocento».

(foto Fabrizio Carbonetti)
(foto Fabrizio Carbonetti)

Non sa soltanto spiegare, Angelo Comastri. Sa educare, e anche stavolta lo fa citando i grandi pensatori come Blaise Pascal o don Luigi Giussani, e donando alla gente non poche affermazioni destinate a rimanere impresse nella memoria, oltre ogni cronaca. «La felicità dipende da quel che siamo dentro di noi, non dalle cose fuori di noi», ha asserito riferendosi al tentativo di superare noto pessimismo leopardiano, aggiungendo anche un altro passaggio ispirato dallo Zibaldone, insistendo sull’anelito tanto inseguito dal poeta che si alterna al dolore e alle sofferenze della vita: «L’uomo, pur cercando la felicità comprende che non può darsela da solo» e «la ragione non può essere perfetta se non in relazione all’altra vita». Ecco, dunque, il rimando alla profondità del pensiero del Leopardi e alla luce che sgorga dalla fiducia in Cristo. «Il poeta pone domande scomode che scavano nella realtà – ha sottolineato l’eminente presule – e non si rassegna alla banalità, riducendo la vita ad una corsa verso il nulla».

«La felicità dipende da quel che siamo dentro di noi, non dalle cose fuori di noi», ha affermato il cardinale Angelo Comastri

A sancire la bellezza dell’evento, la consegna del premio – un’opera artistica a simboleggiare l’«amore fraterno» – da parte dei conti Vanni e Olimpia Leopardi, affascinati come ogni altro ospite dalla presenza del cardinale toscano, che, come affermato dal discendente del poeta recanatese «rappresenta un onore e un passo nella storia, in cui la Chiesa si riconcilia con quel Leopardi che, nella perplessità continua dei suoi interrogativi, riesce, ogni volta, a lasciarci in consegna la ricerca del desiderio…».

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La consegna del premio a Comastri da parte del conte Vanni Leopardi (foto Fabrizio Carbonetti)

Una verità non solo dettata da ragioni di sangue, ma testimoniata anche dalla straordinaria preparazione culturale e innegabile esperienza personale con cui l’ex arcivescovo di Loreto ha chiuso il suo intervento, collegandosi prima al Manzoni e poi ad un inno leopardiano dedicato alla Vergine. «A Maria. È vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici. È vero che questa vita e questi mali sono brevi e nulli, ma noi pure siam piccoli e ci riescono lunghissimi e insopportabili. Tu che sei già grande e sicura, abbi pietà di tante miserie».

Un inno sacro, un gesto di intimo affidamento che, più di altri, riassume l’anima di questo illustre letterato forse più vicino a Dio di quanto immaginiamo.

 

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