Diario dall’Africa: la rivoluzione dell’amore

«Mi sento davvero a casa. Non tutto è chiaro dei discorsi che accompagnano la nostra cena condita di risate, buon vino e tanta semplice condivisione. Ma ognuno si sforza di ascoltare l’altro e di farsi capire»

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Andre, Bertille, Guy, Suor Marie Josè, il piccolo Simeon. Sono questi i nomi della rivoluzione. Se loro sapessero di essere citati in rete forse tremerebbero un po’. Ma di certo sarebbe il tremore di chi non rinuncia a seguire i propri ideali e seppur con trepidazione e timore è disposto a metterci, non solo il nome, ma la vita intera. L’idea della rivoluzione è nata per gioco, un gioco di parole incrociate, un gioco di risate e di ironie che nascondono pezzi taglienti di verità. La verità di una terra che dietro l’apparente sviluppo nasconde enormi crateri di povertà e di ingiustizia. E loro questi crateri li conoscono bene perché ci vivono dentro, e conoscono bene anche il desiderio di cambiare che si respira con affanno ma che continua a nutrire la loro vita.

«Je veux tojours me debroullè et j’espere que ca va changer un jour». E’ il messaggio che Guy mi ha scritto insieme ad una richiesta di aiuto. Guy ha 24 anni, ha perso la mamma quando era bambino, vive con un padre assente che si è risposato e due sorelle più piccole. Nessuno si occupa davvero di loro se non la vita che a volte ha il colore chiaro di una mano amica. A volte il silenzio dell’abbandono. “Oggi provo a sbrigarmela ma spero che cambierà un giorno”. Lo spero con lui, di quella speranza che ha la forza del suo coraggio e la piccolezza della mia incredulità. A fine mese inizierà il cammino nella casa di formazione del Sma, la società missionaria africana. Un sogno di missione per lui, giovane africano che non smette di sperare.

2016-09-04-17-25-21Andre e Bertille li ho conosciuti a luglio nel periodo trascorso dalle suore. Sono una coppia semplicemente fantastica: lui, piccolo, occhi furbi, sguardo serio che subito si scioglie in un sorriso dolcissimo appena incontra il tuo. Lei, una donna solida, di quelle africane vere, lavoro e dedizione alla famiglia. Una donna dal corpo che deborda di vita, quella che ha preso forma in tre splendidi figli. L’ultimo, Simeon di tre anni, è un’esplosione di sfacciata simpatia. Un asso nel rispondere a tono ad ogni provocazione, un piccolo prodigio, soprattutto se il francese che ascolta è quello farfugliato dalla mia bocca ancora acerba. Ma lui è il primo a non tirarsi indietro, ha sempre qualcosa da dire e quello che vuole te lo dice senza indugiare. Domenica scorsa alle 16 il primo rendez-vous sì è compiuto. Un invito lanciato da tempo che si è trasformato in una serata di bella condivisione aperta dalle parole di Simeon: appena arrivata mi è venuto incontro come un fulmine, si è aggrovigliato sulle mie gambe e alla domanda, come ti chiami, mi ha risposto «Mercì».

Nell’ironia dell’ignoranza, mi è subito sembrata un’accoglienza genuina. Anche se il grazie che il mio cuore ha sentito, in realtà è il nome di un giocatore argentino che Simeon ha scritto sulla parte posteriore della sua maglietta preferita. Direi che a lui va veramente il mio grazie per aver condiviso il primo sogno. Essere come il giocatore della sua maglietta. Tre anni e già presentarsi con un nome cha sa di futuro. Ironia per ironia, forse Simeon ignora tutto questo, ma se lo chiami Mercì, lui ti regala un sorriso bianchissimo. E a me questo basta per continuare a sussurrare il mio di grazie per i sogni che dissetano il mio cuore. Io e Guy arriviamo insieme, scendiamo dalla macchina di Fr. Philippe che ci lascia nel luogo fissato, dopo essersi assicurato che qualcuno ci attende. La giornata è di quelle che ti fanno sudare anche se non ti muovi. Ma utile per non dimenticare che l’Africa è sempre una terra di calore. Siamo attesi e accompagnati da un giovane dal passo veloce e sicuro, cappello da cowboy in testa che si muove al ritmo della sua andatura un po’ ondeggiante. Ci viene incontro con un sorriso.

2016-09-04-17-25-46L’appuntamento è di fronte l’Ecole Brillante, una struttura fatiscente che in realtà non brilla più da tempo. Un sorriso, qualche parola di intesa scambiata con Guy e con fierezza ci scorta fino alla casa di Monsieur Andre. La casa è all’interno di un grande cortile costruito intorno ad un albero enorme. Un muro con un cancello aperto permette di accedere all’interno. Da un lato una serie di piccole casette popolate di vita. Entro nella luce calda del pomeriggio e ad ogni mio passo bambini curiosi mi guardano e mi salutano chiamandomi come al solito iovò. Ormai è la voce piccola di questa terra, che ogni volta risuona potente e mi fa sentire straniera ma proprio per questo accolta. La casa in fondo al cortile è quella di Andrè e Bertille.

E’ lei ad accoglierci con un abbraccio e i tre baci di saluto tipici di questa terra. Ci fa accomodare fuori dove ha allestito dei tavolini e delle sedie. Ci offre dell’acqua e noi doniamo il nostro piccolo “cadeau”, due bottiglie di vino di cui uno di marca italiana. Non regge il dono in confronto alla generosa ospitalità di questa casa. Dentro, i più piccoli sono al lavoro per la nostra cena. Inizia così il primo incontro della rivoluzione, nell’accoglienza semplice e vera di una piccola casa africana tra persone che vivono di quasi nulla ma è quanto basta per star bene. E’ il bene dell’amore condiviso, della semplicità, dell’oggi, ogni oggi, che arriva come un dono. Dell’ospite sempre gradito perché è dono di Dio. Dopo qualche minuto arriva anche Andrè, è con la sua moto e dietro di lui una giovane suora si avvicina. E’ una carissima amica di famiglia che vive in Francia da ormai qualche anno ma è tornata a giugno per restare con la sua grande sorella malata. Mi ha detto: «Come faccio a pensare di continuare in Francia la mia missione quando mia sorella non ha nessuno che si occupi di lei?».

E così è tornata perché qui sente che ora il Signore la chiama. Vive tutti i giorni con lei, una donna poco più grande, forse una quarantina d’anni; non si muove, non parla, riesce solo a riconoscere la voce di chi le è accanto. Suor Marie Josè è una bella donna, il suo viso delicato sporge dal velo bianco che le copre il capo. C’è subito intesa tra noi, non so perché, ma sento che la sua è una presenza bella e rassicurante. Anche lei ha un grande sogno: tornare in Togo e aprire una casa di preghiera e di formazione insieme ad un centro di accoglienza per i bambini che sono in difficoltà. Per ora custodisce il sogno tra le pieghe di quel letto abitato dal silenzio di una donna malata. Mentre mi racconta sento che è già sulla strada giusta. Perché il sogno si realizza prima di tutto in un cuore capace di servire la vita. La notte dolcemente scende sulla casa di Andrè e Bertille, il tavolo si riempie di cibi africani misti a tentativi ben riusciti di cucina italiana.

Il sogno si realizza prima di tutto in un cuore capace di servire la vita. La notte dolcemente scende sulla casa di Andrè e Bertille, il tavolo si riempie di cibi africani misti a tentativi ben riusciti di cucina italiana

Mi sento davvero a casa. Non tutto è chiaro dei discorsi che accompagnano la nostra cena condita di risate, buon vino e tanta semplice condivisione. Ma ognuno si sforza di ascoltare l’altro e di farsi capire. E d’improvviso un altro ospite fa capolino tra i partecipanti all’incontro segreto dei “rivoluzionari dell’amore”. E’ un frate francescano conventuale che ha vissuto la maggior parte della sua vita in Polonia tanto da ottenerne la cittadinanza. E’ giovane, bello e ha un sorriso che strappa immediatamente il tuo. «Lui il suo sogno l’ha già realizzato». Mi racconta commosso Andrè e grazie a lui un ospedale sta nascendo in Burkina Fasu. Forse è il commensale più eloquente della serata insieme al piccolo Simeon. Lui parla con poche parole, Fr. Michel non parla affatto, eppure la sua presenza sa di vita presente e spezzata. Dopo un po’ parte sul piccolo schermo del pc appoggiato ad un sedia il video del funerale. Una bara e una canzone in lingua polacca. Riconosco subito la melodia…è Madonna nera. E un senso di strana grandezza entra nel mio cuore. Il giovane frate è morto per un incidente stradale un mese dopo un’operazione delicata a cui era sopravvissuto. E’ morto come è vissuto, con una vita tutta rivolta al cielo. Un animo delicato sempre grato, pronto alla vita eterna perché già questa vita terrena era per lui un semplice stare rivolti al cielo. Così sì è aperta e conclusa la nostra prima uscita rivoluzionaria. Forse non ho capito tutto, forse la notte che è scesa sulla casa ha nascosto alcune verità, forse la «pate» servita alla fine della cena insieme alla tipica «sauce» filamentosa verde e piena di peperoncino ha coperto qualche altra sensazione.

Di fatto, sono rientrata a casa con un sogno anche io nel cuore, quello di custodire i sogni di tutti i miei compagni e di scegliere la via più rivoluzionaria che conosco, per vivere ancora in questa terra che mi tratta sempre come un’ospite gradito e atteso. La via della preghiera e della fiducia in un Padre che sempre accarezza e precede i tuoi passi, anche quando i tuoi piedi stanchi e sporchi fanno fatica a proseguire il cammino. Sulla porta della curia Andre mi ha salutato con queste parole: «Ora sai che hai una famiglia anche qui, a presto!». E’ notte fonda, ma nel cuore una luce rischiara la via che mi porta alla camera. E’ la luce dell’amore che rende possibile ogni rivoluzione.

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