«Essere o non essere Charlie»… questo è il problema!

Anche la satira può costruire e distruggere

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Foto tratta dalla rete: autore Stark (2015)

Nell’Era della Partecipazione si richiede a tutti noi di essere sempre aggiornati e attivi in Rete. Gli stessi social media diventano “luoghi” di confronto, nuove Agorà, dove pubblicare e condividere idee, eventi, progetti ed aprire nuove discussioni pubbliche.

La recente vicenda riguardante le vignette, considerate “satiriche”, pubblicate da Charlie Hebdo, che ritraggono le vittime italiane del violento sisma che ha colpito il Centro Italia tra “pasta e sughi” di vario tipo ha fatto discutere anche sui social tra insulti, proteste e anche qualche seria riflessione. Molti italiani in primis sono rimasti scioccati e si sono fortemente indignati contro quegli stessi autori francesi che, fino a poco tempo fa, godevano di sostegno, vicinanza, affetto (reali e virtuali) da parte di tutto il mondo, in quanto anche loro vittime del tragico fenomeno del terrorismo.

La questione è forse ancora più seria e complessa di quello che appare e andrebbe analizzata considerandola sotto tre aspetti: storico-politico, comunicativo e umano. Da un punto di vista storico-politico entrambi i Paesi, Italia e Francia, stanno attraversando un periodo di crisi economica, di sfiducia nei confronti delle Istituzioni e forte insicurezza (reale e non percepita) dovute a catastrofi naturali, immigrazione e crimine. Già tali fattori basterebbero a togliere il sorriso e a far perdere valore e senso al termine “satira”.

La questione va analizzata secondo tre aspetti: storico-politico, comunicativo e umano

Secondo punto: c’è un forte problema di comunicazione. Non è ancora chiaro, soprattutto a chi ha fatto della comunicazione una professione e dunque dovrebbe avere il compito di informare (vignettisti compresi) che non tutto è permesso, anche se si opera nel web. A differenza di quello che molti dicono, ci sono ancora dei confini e delle norme che vanno rispettate. Esiste un’etica della comunicazione anche nell’era dei nuovi media: essere precisi, avere conoscenza diretta dei fatti che si intendono trattare, essere sinceri nel raccontare un evento ed essere “ospitali”.

Attraverso i media bisognerebbe giungere ad un “riconoscimento reciproco”: è necessario ascoltarsi, rispettarsi e saper “curare” l’altro, afferma il sociologo Silverstone, cercando di prevedere le conseguenze dei contenuti trasmessi, rispettando privacy e sensibilità. Vero è che oggi il significato del termine “privacy” è cambiato e sembra che tutto debba per forza essere pubblico, dunque pubblicabile, ma ciò non dovrebbe offuscare il significato del termine “rispetto”.

Ecco il terzo problema, quello umano. Il direttore di Charlie Hebdo ha rilasciato alcuni giorni fa un’intervista al quotidiano “il Messaggero” dove ha dichiarato la sua sorpresa per l’indignazione da parte del popolo italiano, ma «dopo l’indignazione deve seguire la riflessione», ha aggiunto. Morte, incidenti, violenze, crimini sono questioni su cui certamente si deve riflettere, ma che non possono essere oggetto di satira, avanzando magari la scusa della “libertà di stampa”, in quanto ciò ostacolerebbe la stessa costruzione di una seria riflessione. La perdita di un figlio, di un amico o di un genitore è un fatto che non può essere semplificato e ridicolizzato neppure con penna e matita. E non è solo una questione di orgoglio nazionale.

In uno scenario complesso come quello contemporaneo, rendere qualsiasi cosa uno “spettacolo” e pretendere addirittura applausi e sorrisi alla fine della “messa in scena”, non è più umanamente possibile ed accettabile. Non è nemmeno comprensibile ed accettabile che autorevoli giornalisti e docenti universitari italiani ricorrano al web per ripubblicare post, tweet, vignette vendicativi, dove questa volta ad essere oggetto dell’indecente satira sono le vittime francesi del terrorismo. La comunicazione ed il web sono strumenti straordinari ma a volte possono diventare delle vere e proprie armi improprie se se ne fa un uso inconsapevole e superficiale, verrebbe da dire da “analfabeti digitali”.

Rendere qualsiasi cosa uno “spettacolo” non è più umanamente accettabile

La logica medievale dell’occhio per occhio può generare soltanto odio e vendetta tra Nazioni e popoli e va assolutamente evitata. La cooperazione tra individui e lo sviluppo di quella forma elaborata di ascolto che lo psicologo comportamentale Carl Rogers definiva “empatia”, è forse l’unica soluzione che ci rimane per sostenerci a vicenda nei momenti in cui dolore e devastazione sembrano annullare la dignità e il senso stesso della civiltà umana.

Il problema non è “essere o non essere Charlie” a quanto pare, ma la questione mette al centro tutti noi individui e cittadini di un mondo globale dove le emozioni hanno ancora un significato e non possono essere banalizzate in quanto sono appunto quelle che ci rendono più “umani”, cioè soggetti razionali e sociali, capaci di comunicare e di comprendersi. Certi confini non possono essere oltrepassati solo per questioni di marketing: tutte le vittime meritano rispetto, specialmente quelle con una storia, una cultura, una visione della realtà e una sfera emotiva diverse dalla nostra ma che certamente hanno alla base valori che attendono soltanto di essere scoperti, apprezzati e condivisi.

Tutte le vittime meritano rispetto, anche dal marketing

Anche la satira può costruire e distruggere, il filosofo francese Paul Ricoeur la chiamava “situazione limite”: bisogna essere in grado di comprendere quando una cosa aiuta o danneggia una persona o l’intera società.

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