«Sei stata a L’Aquila? E com’è adesso la situazione?». Capita in spiaggia, martedì 23 agosto, in un pomeriggio di fine estate quando le chiacchiere per ingannare il tempo sotto l’ombrellone, da lievi e vaghe si fanno, di colpo, più serie, meditate. La famiglia milanese accanto a me non ha mai fatto i conti con gli effetti di un sisma e, incuriosita, fa domande, invertendo i ruoli.

Così, dopo i racconti sulla città “fantasma” che commosse l’Italia e il mondo senza più spiccare il volo, il discorso va a finire al 1997, quando quella mattina, tra i banchi del liceo, la paura prese corpo, lasciando un ricordo indelebile fatto di rumori inconfondibili. «Ma allora non c’erano i social network e le all news a documentare come adesso, minuto per minuto, la disgrazia: c’erano le foto stampate nei quotidiani e le immagini al tg a testimoniare la misura dell’angoscia…»: misuro le parole e puntualizzo, quasi inorgoglita del mio essere marchigiana. Abitante di una regione, piccola ma capace di farsi grande nelle soddisfazioni quanto nelle tribolazioni, che, anni dopo, mostra ai turisti come la determinazione ha spinto la nostra gente, genuina e forte, a rimboccarsi presto le maniche, ripartendo da una scelta ben fondata: ricostruzione.

Accadeva giusto qualche giorno fa e oggi, all’improvviso, la natura – «matrigna», la chiamerebbe Leopardi – ci sconvolge nuovamente, ricordandoci che all’appuntamento con certi drammatici eventi ci si arriva, purtroppo, sempre troppo impreparati. Consapevoli, ma mai abbastanza, di quell’istante in cui la vita diventa morte, nel beffardo gioco delle coincidenze (il sisma ci ha sconvolti nel buio della notte, alle 3.36, pochi minuti dopo quello che ferì il cuore dell’Abruzzo), nel triste calcolo di numeri che racchiudono nomi, storie, case, affetti, d’un tratto distrutti tra le macerie.

Quante righe servirebbero per commentare ciò che di tremendo è accaduto e che definire «esperienza» apparirebbe riduttivo. Per raccontare la (poco riconosciuta e valorizzata) bellezza di quel fazzoletto di terra a confine con il Lazio, dove gli scorci comunicano una pace che ora non esiste più. Per descrivere la fiera simpatia con cui i reatini, popolo accogliente e volenteroso, ti descrivono per filo e per segno come si fa la “loro” amatriciana se per caso passi da quelle parti per caso o per lavoro.

«La paura non può essere senza speranza, né la speranza senza paura» asseriva Spinoza, ed è quello che sta succedendo in questi giorni e in queste notti interminabili nel centro del nostro Belpaese, dove il paradosso del dramma, contrastante eppure veritiero, ci inchioda a più di una riflessione. «Estote parati, sicut fur in nocte, veniet». Siate pronti, perchè come un ladro verrà nella notte, rammenta il Vangelo. Invece no, noi non siamo pronti, non possiamo esserlo se il boato ci travolge nel sonno; non vogliamo esserlo se, pur sapendo di essere terra notoriamente soggetta a movimenti tellurici, ci preoccupiamo sempre dopo e non prima di come sono fatti i muri in cui abitiamo. Non siamo preparati, ma gli angeli del soccorso, i Vigili del Fuoco e tutti i coraggiosi soccorritori a cui va il ringraziamento più grande, lo sono, instancabilmente concentrati a scavare a mani nude, incuranti del sole, del freddo, del sudore, della polvere, pur di trovare un soffio di esistenza.

Ad Amatrice, Accumoli e ad Arquata del Tronto sono morti, qualcuno stretto in un abbraccio, giovani e anziani, adulti e bambini. Paesini solitamente abitati dai nonni, una manciata di anime arroccate sui monti imponenti dell’Appennino dove è la villeggiatura cosiddetta “di ritorno” a raddoppiare la cittadinanza nei mesi di ferie. Adolescenti in vacanza, magari avvezzi agli agi delle grandi città ma pur sempre legati al sapore pulito delle origini: generazioni diverse, usanze diverse, unite però da un unico, pietoso finale.

Poi, l’importanza, vitale, dei secondi, tanto ordinari nella nostra quotidianità da dimenticarcene finchè non giunge il peggio: attimi, infinitamente lunghi quelli in cui si conta la portata del sisma, troppo brevi quelli in cui si gioca la corsa contro il tempo per scendere le scale, trovare scampo e vedere la luce. Quindi, la fede, come quella di suor Mariana, che prega il Cielo perchè la risparmi mentre fugge ferita dalla casa di riposo dove presta servizio e dove non tornerà più, e quei santi in Paradiso da invocare e da ringraziare comunque, anche se non si è credenti praticanti, ma convinti che, Lassù, in fondo, qualcuno ci ama.

Infine, l’assurdo ma reale intreccio di vicende con un «perchè» a cui è impossibile dare una risposta. Come la storia di mamma Martina e della sua Marisol: lei che si salva dai crolli aquilani e decide di trasferirsi nell’Ascolano, dove però perde la sua piccola di 18 mesi appena. Paradossi, appunto, che si sciolgono nelle lacrime a cui, impotenti e propositivi, stiamo assistendo in questi giorni: quelle di gioia del pompiere di Fano, che non riesce a terminare la frase al microfono del cronista che gli chiede come è riuscito a salvare una bambina schiacciata dalle travi; quelle strozzate dai singhiozzi di una ristoratrice che ha visto svanire i suoi beni e non sa «come pagare domani le buste paga ai dipendenti, perchè senza lavoro non si può mica andare avanti»; quelle della ragazza reatina che ha perso più di un amico nella comitiva storica che, ogni anno, nel borgo si dava l’arrivederci al prossimo sole.

Lacrime e grinta, dolore e compostezza, altruismo e dignità: ingredienti tipici di queste zone in cui, nel peggio, si riesce a tirare fuori il meglio. No, all’esistenza, sia essa di pochi mesi o di tanti anni, sepolta sotto un Mistero imponderabile non ci abitueremo, né rassegneremo mai, ma chissà che da tutto questo la nostra umanità distratta non riesca ad imparare, finalmente, paradossalmente qualcosa.

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