Meeting di Rimini: esperienza da vivere personalmente, oltre il sentito dire

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«Tu sei un bene per me»: è uno sguardo che si può imparare solo se si riesce ad averlo innanzitutto per sé. Non è automatico. Occorre richiamarselo, occorre guardare a fatti e persone che lo testimoniano. Del resto cosa può muovere per 37 anni consecutivi dei giovani (di allora che si apprestano ormai alla vecchiaia e di adesso) se non questo desiderio? In fondo è sempre la stessa trama, semplice, ma con una pretesa di fondo costante: che nulla della vita resti escluso, che nulla della realtà possa essere di ostacolo, che nessuno debba essere un nemico…

Questo è il Meeting di Rimini. Non per definizione o per pregiudizio, ma per l’esperienza ripetuta negli anni, con una settimana intera di partecipazione o con un solo giorno possibile di presenza. Si gira negli stand, ci si sofferma su qualcuno in particolare, si incontrano amici di vecchia data e ci si racconta un po’, si sceglie qualche incontro per il tema o i relatori, ci si accoda per le mostre, in base al tema o alla fila di attesa.

Non so se esiste modo migliore per conoscere il Meeting, ma dal 1980 finora non ho saputo fare di meglio. Poi sempre qualcuno chiede: «Ma cosa è successo? Ho visto sul giornale…».  Ed io, che mi sento come quello che non sta mai al posto giusto, stavo ad ascoltare quella testimonianza mentre il politico rispondeva ai giornalisti su qualcosa di altrove e i giornali riportano come fosse il fatto del giorno e quelle parole la posizione del Meeting. Ora ci sono le Istituzioni. I politici che vengono per interesse personale non fanno la passerella. Ma qualcosa sempre accade o si fa accadere, a cui dare più spazio rispetto alle decine di incontri sui grandi temi dell’attualità e della vita, alle personalità da tutto il mondo, alle mostre che consentono di conoscere esperienze fatti e storie, con allestimenti ricercati e documenti spesso inediti.

«E’ vero che è stata coperta la Madonna per non offendere l’Islam?». L’sms che arriva conferma questa prassi. Non avevo dato peso alla “notizia” di un post di Facebook (purtroppo, oltre a mezzo utile di collegamento tra amici, luogo per eccellenza di sfogo personale e rilancio di bufale). Al secondo giorno di presenza avevo osservato tutt’altra realtà. Già viste le mostre sui migranti, su Madre Teresa, sull’esperienza delle Apac brasiliane (commoventi, espressione di un’esperienza cristiana e umana pienamente consapevole: chi non può essere al Meeting, intanto veda sul sito). In giro non mancano immagini e simboli cristiani. Non è una ostentazione, ci sono perché c’entrano con tutto ciò che qui si svolge.

Qualcuno ha voluto rispondere al post documentando con foto di crocifissi e madonne nei veri luoghi del Meeting. Molto più evidenti rispetto allo spazio ristretto dello stand dell’editrice Shalom in cui il fatto incriminato si è svolto. Strano che l’organizzazione si sia preoccupata di far coprire quella piccola statua, rispetto alla restante moltitudine di immagini. Il caso “poliziesco” finisce qui. Non occorre essere Sherlock Holmes per capirne l’inconsistenza. Devo ammettere però un velo di tristezza che la vicenda mi ha generato.

Sempre ‘sto maledetto Facebook che rivela molti pronti a dire: «Io l’ho sempre detto che questi di Cl…», rilanciando giudizi sul Meeting, senza mai averci messo piede. Può essere che dal 1980 ad oggi io sia sempre capitato altrove rispetto a dove accadevano fatti che rivelano la vera natura del Meeting e della gente che ci lavora, rispetto alla “facciata” delle migliaia di volontari, giovani e vecchi, rispetto alle personalità intervenute (la stessa Madre Teresa e Giovanni Paolo II)?

Ancora di più la tristezza nel vedere che il sospetto viene rilanciato da chi fa la stessa esperienza cristiana, magari in un cammino diverso. La delusione rispetto al «Tu sei un bene per me» di quest’anno che mi rilancia nell’abbraccio a tutta la realtà. E la coscienza della tentazione di voler giudicare l’altro. Ma poi capisco che non mi resta che ripetere quel “vieni e vedi”, origine del cristianesimo nel mondo. Non come sfida. Piuttosto come desiderio che anche l’altro possa incontrare quella bellezza che con segni umili mi si evidenzia anche nei volti e nelle esperienze incontrate al Meeting in tutti questi anni.

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